curatela - DutyGorn
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Guido DutyGorn

La differenza che c’è tra Malevič, o la Pop Art e le opere di Duty Gorn è la stessa che c’è tra la foglia velenosa di un Conium maculatum e quella di un Petroselinum sativum, si tratta di due foglie molto simili, ma appartenenti a due specie diverse, che si sono evolute e differenziate in due distinti modi, tuttavia il nostro occhio non sa riconoscerli subito, faticando a distinguerli l’uno dall’altro. Questo esempio del mondo vegetale ci viene incontro in un caso come il nostro: l’arte di Duty Gorn, infatti è mimetica, assorbe stili e linguaggi e li fa propri, e ci serve ad argomentare in modo chiaro e definitivo contro il concetto di inoriginalità, sempre figlio della illitterata tendenza degli spettatori a non saper distinguere le specie, allo stesso modo in cui chi si fosse da poco avvicinato alla lingua ebraica, confondesse nella lettura una resh e una daleth.

Chi dicesse che ha già visto le opere di Guido scambierebbe un prezzemolo (Petroselinum sativum) per una Cicuta (Conium maculatum); le conseguenze, stanno nell’ingestione dell’una o dell’altra pianta, così come nell’adesione alla volontà di capire dove si trovi l’originalità apparentemente non manifesta di Duty Gorn. Si tratta di somiglianze di strumenti espressivi immediatamente patenti, che però non dicono la stessa cosa e non sono la stessa cosa, allo stesso modo in cui chi ingerisce la Cicuta beve un veleno, chi invece usa il Prezzemolo per cucinare usa solo un’erba aromatica. Mi sembra importante sottolineare questo perché si tratta di una questione delicata. Chi non vedesse che anche due fiori della stessa specie sono diversi perché fioriti in anni diversi e in luoghi diversi non avrebbe la sensibilità per occuparsi di arte. Anche fare l’amore è ripetitivo. Eppure, gli uomini, per riprodursi, eiaculano nella vagina delle donne durante il loro periodo fertile. Dire che certa arte è noiosa o ripetitiva equivale ad avere una posizione sessuofobica. In realtà ogni quadro è il risultato della sublimazione della meraviglia di un artista per il mondo E come tale non può mai essere noioso e ripetitivo. L’atto critico è noioso e ripetitivo nella misura in cui non crede nella genuinità della meraviglia dell’artista, quando quest’ultima è genuina. Mentre dovrebbe essere impietoso nei confronti delle poetiche già affermate e concluse in se stesse.

Non rimane altro che misurarsi con l’artista e il suo senso di meraviglia, la sua umiltà il suo diporto, con la resa tecnica di questo senso di stupore. Duty Gorn, ad esempio riduce al minimo per ripartire dal minimo, con poche cose, pochi colori, questa esigenza simbolica è quasi timorosa di un sovraccarico comunicativo, paventa che l’immagine realistica non sia abbastanza simbolica, non sia abbastanza codificata, tanto da esprimere un messaggio chiaro. Per questo nel caso di Duty Gorn dovremmo parlare di una sintesi calligrafica e non di una pittura vera e propria. O forse, ancora meglio, di una pittura che nasce dalla street art, e quindi di una pittura calligrafica. Le opere di Duty Gorn si dividono in tre grandi gruppi: i volti, o prosopografie, i polieclettici, e le linee. Il primo gruppo che cronologicamente precede gli altri due è quello dei volti. Questi gruppi o insiemi, spesso presentano coalescenze e si compenetrano. Il tema dei volti è infatti sviluppato non solo sulle superfici bidimensionali, ma anche sulla superficie decostruita su diversi piani dei poli(ttici)eclettici. Infine, Come se la forza disgregatrice, che ha sezionato i volti, fosse stata isolata, nel terzo gruppo si verifica un taglio dell’immagine attraverso lo studio delle linee.

Una lettura dinamica delle tre tipologie ci permette di prendere coscienza delle forze creative che innervano la sua poetica e che sono in realtà forze disgregatrici. Certo questa struttura a tappe non è fissa, bensì in continuo dialogo e in continua ripresa degli stessi temi che sopravvivono in un parallelo e costante esercizio di contaminazione. L’idea di un movimento evolutivo, che abbandona il cerchio per la linea, ci riporta ancora una volta all’arte calligrafica, in cui le lettere sono inserite in una griglia di linee ideali e impaginate. Come se il pittore, imprigionato in una campitura attraversata da linee, ferite, confini, tagli decostruttivi e analitici, prendesse coscienza del fatto che l’analisi dell’immagine e dei suoi volti calligrafici fossero a loro volta leggibili solo attraverso il collage dei singoli elementi, distaccati e ricomposti.

Si tratta di un vero e proprio gesto sismico di succussione tra i due piani costitutivi della scrittura: la linea e il geroglifico (in questo caso il volto). Essi si compenetrano attraversandosi e dividendosi in particelle. Come un uovo sodo che venga attraversato dai fili del taglia uovo e si scomponga nelle tante sottili fette di un solido, così i volti geroglifici di Duty Gorn si suddividono in tanti tasselli.

I volti sono la trascrizione geroglifica dell’oggetto del desiderio dell’artista, donne esautorate del loro corpo, iconizzate in una vera e propria grafia, quasi un gesto magico, atto a segnare la propria impronta. La pittura di questo gruppo di dipinti è ancora mescolata alla grafia, diventa essa stessa gesto calligrafico: composto di linee rette e curve, come se i volti fossero scritti, più che dipinti. La loro precisione meccanica, anche in questo, come nei dipinti di Roy Lichtenstein, è difficile da distinguere; tecnicamente parlando un suo quadro è simile a una stampa: questa modularità tecnica riduce i volti non tanto a pitture, ma a vere e proprie grafie. Proprio perché il background di Duty Gorn non è quello pittorico, ma quello della strada e della street art. La sua originalità, che è tutta per levare, sta nell’aver creato un linguaggio prosopografico, sviluppandolo dalla grafica e non dal disegno.I gesti delle pennellate non si compongono di sfumature, Ma di tratti assimilabili più chiaramente alle lettere e alla scrittura. Attraverso la disamina di queste contaminazioni tecniche si può meglio comprendere la pittografia, che porta alla nascita di questo stile, in senso analogico e genealogico. I colori non sono quasi mai mescolati, sono gli stessi della pop art: i colori primari, o inchiostri puri: non si trovano sfumature.

Mentre la pop art trova le sue radici nei metodi di stampa (si pensi a Warhol e Roy Lichtenstein) le opere di Duty Gorn sono inverate dalla calligrafia nel gesto scrittorio del Writer, che scrive sui muri della città. L’atto anarchico del Writer consiste nel segnare con il proprio tag (un glifo non necessariamente leggibile, ma riconoscibile) il maggior numero di muri della città. Come gli animali, che delimitano il proprio territorio con sostanze organiche, così i Writers segnano il proprio quartiere “sporcandolo” di vernice e assicurandosene il possesso. Tuttavia Duty Gorn nella necessità quasi neoclassica di possedere la bellezza femminile, trasforma l’oggetto del desiderio in un segno iconico che equivale alla presa di possesso. Un altro elemento della cultura urbana serve a chiarificare questo legame appartenente apparentemente indecifrabile: lo squat. Il discrimine tra Squatter e Writer è assai labile, gli edifici occupati dagli Squatters sono infatti come terre, abbandonate dagli effettivi proprietari, che permettono che le loro proprietà siano occupate da altri ospiti più o meno indesiderati. Allo stesso modo il processo di ricolonizzazione avviene alle friches urbane, come spiega molto bene Gilles Clément, le friches sono terreni agricoli abbandonati: dapprima essi vengono infestati dalle erbe, poi, lentamente, secondo i tempi e le stagioni della natura, dagli arbusti dagli alberi e infine dagli animali. L’importanza della filosofia dei giardini di Clément sta soprattutto nell’aver rivalutato come positivo il processo di ricolonizzazione, da parte della natura, di queste superfici di terreno inutilizzato, e nell’aver posto l’enfasi sul fatto che la natura ha tempi diversi da quelli della città. Gli Squatters, appropriandosi delle aree disponibili e dismesse allo stesso modo delle erbe infestanti, colonizzano queste strisce di terreno che hanno perso un uso, sono state dequalificate. La modalità con la quale essi marcano questi territori è appunto quella della scrittura, selvaggia come l’attacco delle infestanti su un arativo il cui padrone abbia smesso di smuovere la terra.

Nell’abbandono, quindi, dobbiamo vedere il momento di decadimento, e dovremmo apprendere, secondo la logica, ad apprezzare i gesti creativi della riappropriazione, in cui le strisce di terreno abbandonate perdono la loro funzione produttiva e diventano uno spazio utile all’instaurazione di un nuovo equilibrio naturale, di un vero e proprio microcosmo. È questo il terreno di genesi delle opere di Duty Gorn, che nasce dal tentativo di “marcare” il territorio e gli spazi defunzionalizati dei quartieri urbani, non in senso naturale come fanno le infestanti, ma in senso artificioso, attraverso il marchio del territorio, con la propria firma-glifo (tag). Una volta sperimentato questo terreno e le sue potenzialità comunicative lo Squatter si limita ad attuare un’invasione pestilenziale e virale dei tag, sia nei luoghi da lui occupati, che si riconoscono proprio per essere ricoperti di questo genere di manifestazione grafica, sia nei luoghi che lo vedono testimone del proprio passaggio. Come lo Squatter (animale) si accovaccia sul terreno (to squat) per orinare, segnandolo con il proprio odore, allo stesso modo lo Squatter (writer) segna con la propria firma (tag) lo spazio urbano con il proprio passaggio e lascia un’impronta riconoscibile sul proprio territorio, in quanto incustodito, e quindi sottratto al controllo della autorità.

Duty Gorn è invece interessato ad elevare ed evolvere questa manifestazione del proprio marchio in una sorta di esplicitazione delle proprie pulsioni desiderative ed erotiche: dipingendo volti femminili attua una riappropriazione della bellezza e restituisce al gesto grafico del tag una dignità calligrafica, ricomponendo così il legame perduto dell’anarchico gesto di lordare muri e superfici urbane con l’atto artistico tout-court. A questo punto è più semplice comprendere e giustificare questa scelta formale, che ha ben poco a che vedere con le premesse estetiche della pop art e ne condivide solo formalmente e stilisticamente degli esiti. È per questo motivo che all’inizio ponevo l’accento sulle due specie diverse Conium maculatum e Petroselinum sativum.

I volti celano quindi, dietro un’apparenza pop, istanze di significato ben più nobili e primitive di quelle del linguaggio pubblicitario che sta alla base della pop art. Si tratta di una appropriazione mimetica di un codice, Duty Gorn non si limita a produrre dipinti, o meglio a riprodurli con lo stile tipico dell’arte pop, ammesso che i materiali usati nelle tecniche fossero anche le stesse (ma non è così), egli vuole veicolare un messaggio ben diverso.

Egli utilizza una lingua che ritiene possa essere compresa da un grande pubblico, come il bacino di coloro che si sappiano misurare con le convenzioni linguistiche e figurative dell’arte, intesa ormai come un’arte classica, opposta al trobar clus dell’espressionismo astratto e alla facilità tecnica dell’arte concettuale. Per colonizzare (ancora una volta) quel solco stilistico ed esprimere la propria personalità artistica Duty Gorn usa un linguaggio che esula dagli aspetti di originalità, che vanno per contrasto cercati nelle radici profonde dell’atto di produrre immagini, e che sono finalizzate all’espressione di sé.I volti sono quindi l’espressione grafica di un tentativo di nobilitazione del tag da pura marca territoriale, a espressione della bellezza, e anche di possesso di quest’ultima.

Tuttavia il gesto calligrafico della prosopografia va potenziato al fine non solo di destrutturarne l’icastica e iconica sintesi, ma anche di analizzarlo in ogni sua parte, singolarmente, come accade in ogni processo analitico, quindi, il volto, che funge quasi da “imago spirans”, emette non soltanto il gesto nobile dell’artista calligrafo, ma anche l’essenza stessa della bellezza, sublimata attraverso una semplice sintesi della femminilità, privata delle sue caratteristiche di identità e condotta e trasmessa a una manifestazione simbolica (e quindi iconica) dell’ideale. I volti, necessitando di un’ulteriore analisi, vengono ricostruiti e ricomposti, il tutto nasce dall’azione distruttiva come in un racconto della Stagione all’inferno di Rimbaud: “Un tempo se ricordo bene la mia vita era un festino in cui tutti i cuori si aprivano, tutti i vini scorrevano. Una sera ho fatto sedere la bellezza sulle mie ginocchia, e l’ho trovata amara, e l’ho insultata.”

Il gesto fontaniano di rottura della tela, che nasce, in effetti, da un episodio reale della vita dell’artista, e trova numerosi precedenti nelle vite degli artisti, è di fatto avvenuto realmente.

Si pensi alla biografia di Caravaggio scritta da Francesco Susinno nelle Vite dei pittori messinesi. E poiché della facoltà pittrice ognuno ardisce e prosume discorrere, secondo il costume, tra la comitiva fuvvi chi ne facesse qualche picciolo motivo, non già per criticare la perizia del Caravaggio, ma per così parergli. Michelagnolo colla solita impatienza sguainò il pugnale che in ogni tempo al fianco portar solea, gli diè tanti infuriati colpi che ne restò miseramente squarciata quell’ ammirabile pittura, e dopo aver in tal guisa sfogata la colera su quell’innocente lavoro, con l’animo all’apparenza sedato, rincorò que’ smarriti galantuomini che non si attristassero mentre fra breve tempo gliene darebbe un’altra secondo il loro gusto e più perfettamente compiuta.

Duty Gorn, ricevute alcune critiche per un dipinto che rappresentava un volto su una singola tela, lo distrusse con un taglierino riducendolo in fettucce sottili. In seguito pentitosi del gesto decise di ricomporre i frammenti. Da questo episodio nasce l’idea della decostruzione della tela singola in un polittico, attraverso aggiustamenti sperimentali fino ad arrivare alla distruzione dell’immagine e alla sua ricomposizione nell’assemblaggio dei frammenti costitutivi dei volti, su piani diversi, oltre che su differenti campiture. Il Polieclettico.

Non completamente appagato da un tale smembramento e in continuo dialogo faustiano con la fuggevole bellezza dell’attimo, negli ultimi mesi Duty Gorn ha iniziato una nuova serie di dipinti che si concentra sulla linea come dettaglio, e abbandona ogni velleità prosopografica, i volti scompaiono dalla tela e restano soltanto composizioni geometriche di linee rette, infinite, per giochi di prospettiva e per dimensioni.Come abbiamo visto si tratta di un atto di sintesi ulteriore, che occupa la campitura con le linee, studiandone ogni sfumatura concettuale, in senso quasi ossessivo compulsivo. Viene in mente il racconto di Marcel Schwob dedicato alla vita di Paolo uccello (in: Vite immaginarie) e alla sua ricerca della perfezione attraverso lo studio geometrico delle linee prospettiche, quest’ultimo passo è forse il più importante (non solo per dimensioni) della ricerca artistica di Duty Gorn, in cui il pittore può ritornare alla tabula rasa del foglio a righe, l’archetipo del supporto calligrafico, dal quale ogni scrittura parte. Così il soggetto della pittura diventa la griglia delle linee geometriche, il confine, la via che prospetticamente ci proietta verso il futuro, da una parte e verso il passato dall’altra.

Mauro Di Vito